“Ai nostri tempi…”

Quando qualche anziano comincia un discorso con questa frase, chi può taglia silenziosamente la corda, chi proprio non ce la fa, comincia a pensare: “Uffa, che barba che noia, che noia che barba” (come Sandra Mondaini in ‘Casa Vianello’, per chi sapesse di che cosa si tratta). Beh, cari fratelli Scout, tenterò di darvi un’idea di come cominciò la sua vita il Gruppo XIV, nel lontano 1946. La guerra era finita 1’anno prima: e fu una guerra che aveva portato, oltre alle morti e ai dolori immaginabili, rovine e devastazioni dappertutto. I Tedeschi – prima alleati, poi nemici, ma di questo potremo parlarne un’altra volta – occupavano la penisola; gli Alleati (Britannici, Americani, cui si aggiunsero poi i Francesi) erano sbarcati in Sicilia ed erano risaliti su su, respingendo i Tedeschi sempre più a nord. Alla fine delle ostilità, l’Italia era una Nazione semi-distrutta e praticamente alla fame. Strade disseminate di buche, case crollate, quasi tutti i ponti distrutti; se le Ferrovie potevano funzionare ancora, su certe tratte, lo si doveva a qualche vecchia locomotiva a carbone e a quelle, un poco più moderne, portate dagli Statunitensi. Non c’era praticamente famiglia dove non si piangesse qualche morto (al fronte o sotto i bombardamenti) e qualche disperso. In questa situazione, nella quale tutto sembrava perduto e tutto era da ricominciare da zero, ci furono parecchi volenterosi che si dissero: ‘Qui bisogna riprendere a vivere’, e si rimboccarono le maniche. Tra costoro, nella nostra Parrocchia, tre ardimentosi (e un po’ matti) decisero che lo Scoutismo, già tormentato dal regime mussoliniano e praticamente messo a tacere, doveva tornare alla luce; e lì per lì pensarono di rimettere in piedi un manipolo di Esploratori. I tre avevano un nome: Padre Silvio Gatti, che nella Parrocchia della Consolazione era di casa dal 1929, organizzatore impareggiabile; Oscar Trumpy, un dirigente industriale, calmo, sorridente, determinato, che aveva le mani dappertutto; Luigi Alparone, orologiaio. II cemento che teneva insieme il terzetto: oltre a una grande Fede, un grosso amore per l’avventura, l’escursionismo, la montagna e una gran voglia di ridare ai giovani e ai giovanissimi il gusto dell’esperienza scoutistica. Io entrai nel mucchio tre anni dopo, nel 1948, quindi non partecipai al primo Campo organizzato dai tre a Cabella Ligure: un campo davvero da pionieri, vissuto fra mille difficoltà e mille problemi, che il diabolico terzetto riuscì a superare con coraggio e con costanza, Ma posso darvi qualche cenno del Campo 1948: a quello partecipai. Cercate di immaginare quei tempi, almeno sotto due aspetti: quello delle comunicazioni e quello dei trasporti. Oggi, per le comunicazioni, di problemi manco a parlarne: non c’e bisogno di esemplificare. Ma pensate che, a quei tempi, quando si partiva nessuno sapeva più nulla. Era gia un lusso trovare — per combinazione — qualche bar che avesse un telefono. I trasporti? Fate un Campo oggi. Un bellissimo pulmann da sessanta posti, aria condizionata, carica nel suo ventre tutto il materiale e i vostri zaini davanti all’ingresso della parrocchia, e dopo qualche ora di comodissimo e silenzioso viaggio vi scodella a pochi metri dal la zona scelta. Vi accenno al nostro viaggio del 1948, destinazione Cormajeur. Da via della Consolazione con tutta la roba di Reparto, e quella personale, in spalla, a piedi fino alla stazione Brignole: tende, marmitte, attrezzatura da campo, per la cucina. tutto. A Brignole vagone riservato (terza classe, allora c’era ancora la terza, sedili di legno), carica su tutto e, ad andatura assai lenta, arrivo a Torino. Lì giunti, scarica dal vagone ogni mercanzia e aspetta la coincidenza per Aosta; ricarica tutto sul treno per Aosta e via di nuovo verso Pre s. Didier (particolare non indifferente: in treno fa caldo, ma se apri un finestrino, e peggio se tenti di affacciarti, il fumo nero emesso dalla locomotiva ti incipria per bene e può capitarti in un occhio qualche briciolina di carbone). Arrivati alla stazioncina di Pre s. Didier nuovo spasso: si scarica tutto e tutto si ricarica su un camioncino che la solerzia dei nostri capi aveva pensato bene di noleggiare: un camioncino, detto fra parentesi, che di buono aveva solo la gentilezza e il napoleonico coraggio del conducente, che lo portava su su, per una salita piuttosto ripida e acciottolata (non penserete alle strade asfaltate di adesso, vero?) fra sinistri rumori di balestre che gemevano e sbuffi di vapor acqueo dal tappo del radiatore. In certi momenti, per farlo proseguire lungo un tratto particolarmente malagevole, bisognava scaricare parte del bagaglio, dare una generosa spinta e poi corrergli dietro per un tratto, finchè, in un pezzo di salita meno duro, poteva fermarsi con una certa tranquillità (il freno a mano, se esisteva, non teneva: occorreva bloccarlo prontamente con pietre, ma di quelle ce n’era in abbondanza) in modo da darci l’opportunità di ricaricare gli elementi del bagaglio posati sul ciglio della strada. Mi direte: ma, e il traffico? Quale traffico: ch’io ricordi, c’eravamo solo noi. II grosso del Reparto arrancava sopra una scassatissima corriera che della corriera aveva ben poco: assomigliava di più a una vecchia diligenza del lontano Ovest. Lassù arrivati, lo spettacolo del Monte Bianco, del Dente del Gigante e degli altri monti che ci accoglievano, toglieva il fiato, e ci ripagava dei disagi: ma non si poteva por tempo in mezzo, perché bisognava preoccuparsi di trovare la paglia. Per che farne, direte voi. La paglia, fornita da qualche contadino della zona, serviva a riempire dei pagliericci (che ognuno si era fatto cucire dalla mamma e si era portato con se) i quali, posati sulla fresca erba del prato, erano ne più ne meno che i nostri letti (circondati e chiusi da una tenda, si capisce: ma poi vi dirò di che tende si trattava). Poi si andava alla ricerca di un contadino che ci fornisse il latte, e via così. Padre Gatti, Oscar e Luigi si davano un gran daffare per organizzare tutto, e nel tutto, appena giunti, la cosa più urgente era quella di metter su le tende. Per i Lupetti c’era una grossa Moretti Mottarone: ce ne stavan dentro, comodi, otto. II pavimento era costituito dal prato. Era una tenda bella, grande, alta (un adulto entrava comodamente senza dover chinarsi) e soprattutto robusta e resistente alle intemperie. Padre Gatti per tenda aveva una specie di tempietto egizio, di forma vagamente quadrangolare: non saprei descriverla, aveva il colore delle moderne tute mimetiche, da dove uscisse nessuno riuscì mai a saperlo: Padre Gatti la divideva col fratello Padre Lanfranco, Agostiniano pure lui. Poi c’erano le tende cosiddette “quattro teli”, residuati bellici: erano, appunto, quattro teli che si tenevano insieme con una serie di bottoni e, una volta montate, assomigliavano (molto, molto alla lontana!) alle moderne ‘canadesi’. Con questa particolarità: ci si stava dentro in due ma quando pioveva dovevi stare attento a non toccare il tessuto perchè, nel punto in cui disgraziatamente lo toccavi, cominciava uno sgocciolio che terminava solo a temporale finito. Tutte le difficoltà si superavano con spirito di adattamento e il buon umore copriva ogni momento di disappunto. Ma sapete qual’erano le cose più belle, dopo che il campo era montato e si cominciava a vedere un po’ d’ordine e di razionalità? Io non so – ormai son vecchio – come vadano le cose oggi: vi dico come andavano ai nostri tempi. La prima preoccupazione era trovare un bel tronco, sottile, alto; piantato in mezzo al campo, diventava un pennone, e su quel pennone ogni mattina si alzava la bandiera italiana, con gli Scout in uniforme schierati tutt’attorno in quadrato. La seconda preoccupazione era costruire, accanto al pennone, l’altare per la Messa. La mattina, dopo la ginnastica e le pulizie (acqua gelata!), si indossava l’uniforme, poi l’alza-bandiera e Padre Gatti celebrava la Messa. Così cominciavano le nostre giornate; poi gite, escursioni, giochi, istruzioni e alla sera, dopo cena (i cibi erano apprestati da valentissimi cucinieri: tutto si cuoceva all’aperto, quando pioveva si stendeva un telo sul focolare, col risultato che non ti bagnavi ma ti affumicavi, e con te, talvolta, le vivande; non era facile tenere acceso il fuoco facendo ardere legna bagnata, ma qualche mago ci riusciva) uno stupendo fuoco di bivacco, con tutti insieme, Esploratori, Lupetti e capi sotto le stelle, a raccontare, ad ascoltare…e alla fine Padre Gatti chiudeva la giornata con un pensiero: si finiva con i nostri canti e le preghiere. Cose che ricordo con nostalgia e commozione ancor oggi. Ci si voleva bene, ci si aiutava, si faticava con gioia, ci si divertiva con gioia. Si cercava di andare d’accordo, e pian piano, con letizia, si cresceva, in un’Italia che pian piano, dopo le ferite della guerra, stava risalendo la china. Credo di aver imparato, dall’esperienza scout, che le cose belle costano sempre un pochino, ma ho anche imparato che le cose che costano poco non valgono molto. E quando vedo i compagni di un tempo (quelli che sono ancora fra noi) sento sempre dentro di me un certo rimescolio. Magari ci si saluta appena (oggi il mondo va in fretta, tutti corriamo a volte senza manco saper dove), ma si risveglia in te quel senso di amicizia, di fraternità che ti ha legato a loro tanti, tanti anni fa. Eh si, scout una volta, scout tutta la vita…

Sergio Consonno Damiani