Mi ha telefonato da Villa Fausta il tenente Rossi del terzo artiglieria da campagna, invitandomi a cena e promettendomi uno spettacolo da rabbrividire.
Dopo cena abbiamo raggiunto il Peuma. Sono passati tre mesi dalla battaglia; ed era terribile, così silenzioso e macabro nella notte lunare, intatto nella sua ciclopica devastazione. Un ricovero sfondato da un grosso calibro si apriva tra reticolati divelti (...) Sull'ingresso inferiore del ricovero, tra proiettili, ossa, armi e stracci, stava coricato un fiasco vuoto, illeso tra tanta rovina. Tuttavia quel fiasco aveva una sua fiera e panciuta dignità: unico simbolo della gioia nello squallore della morte.
A quindici anni, quando pensavamo alla guerra, immaginavamo subito un gran luccicare di baionette tra i campi di grano o sotto le selve fosche. Così fantasticavano i nostri cervelli, con la scorta dei libri di scuola e dei racconti uditi dai vecchi. Ma quando abbiamo constatato che le cose andavano diversamente siamo rimasti assai male. Non credo che il campo di grano sia una caratteristica saliente della nostra guerra: non ne ho mai visto ne sul Carso ne sull'Isonzo. In cima alle Alpi, poi, ce ne devono essere meno ancora. Esclusi i campi i grano.
Quanto alle selve fosche, ce n'erano effettivamente alcune. Ma è bastato un quarto d'ora di guerra perché divenissero meno fosche: e dopo qualche giorno avevano pure cessato di essere selve. Nudo terreno maledetto, mozziconi di tronchi scheggiati e riarsi. Escluse le selve fosche.
Rimane il luccicare delle baionette. Escluso, escluso. Prima di tutto la baionetta è diventata un ingrediente secondario, spesso ingombrante (per tagliare la pagnotta va bene un temperino, per pugnare va meglio la bomba Sipe); e poi non luccica mai perché il fango della trincea l'ha ricoperta di ruggine. Se luccica significa che è a riposo nel villaggio friulano, dove non c'è la guerra.
La vera essenza della guerra è il fiasco.(...) Comunque il fiasco dà la serenità al buon vecchiotto che comanda tremila uomini e domani li deve portare a farsi fracassare contro il reticolato austriaco, che sembra aperto a chi lo guarda dall'osservatorio: ma se ritratta di passarlo è un altro paio di maniche. (...) Il fiasco dà la rassegnazione al
poveraccio che non comanda un cavolo, che è appena uscito dalla settima azione e già vede delinearsi l'ottava.